16 dicembre 2005

L'autocoscienza degli animali

Danilo Mainardi
Riflettere
L'autocoscienza degli animali


L'autocoscienza, insieme con la consapevolezza degli effetti che i nostri atti hanno su noi stessi, su altri individui della nostra o di altre specie, sull'ambiente sociale o naturale, sono le più sottili, profonde, forse le più importanti conquiste evolutive che le nostre strutture biologiche ci hanno regalato. Uno specifico umano dunque, uno specifico che però trova, in altre specie, interessanti precursori.

Il regno animale infatti, la grande patria comune, appare sempre più una formidabile miniera d'informazioni sul come e sul perché nella storia della vita, nostra e altrui, si siano raggiunte capacità intellettive che in noi umani trovano la più superba magnificazione.La sensazione che si trae da un'analisi comparativa è quella di un tragitto percorso gradualmente o, meglio ancora, quella dell'esistenza di più percorsi paralleli. Tre, per quel che finora sappiamo, perché l'autocoscienza e barlumi di generale consapevolezza sono presenti non solo nei primati, ma anche negli elefanti e, recente ma non sorprendente scoperta, nei delfini. E poi chissà, perché gli indizi sono tanti e promettenti e potrebbero portarci lontano, perfino fuori dalla classe dei mammiferi. Le prove indiscutibili sono però, di fatto, limitate, e tutte fanno capo, per quanto concerne la consapevolezza del sé, soprattutto a un esperimento in apparenza banale ma illuminante, la "prova dello specchio".
Banale perché lo specchio è uno strumento così comune che abbiamo perso il senso di cosa significhi la curiosità per il sé, il sé fisico intendo. Si pensi all'effetto straordinario che questo magico strumento produce in chi si specchia per la prima volta. Per ciò gli esploratori d'altri tempi non dimenticavano mai di portare nei loro viaggi specchietti da regalare ai "selvaggi". Erano oggetti di immenso valore perché, finalmente, quegli uomini potevano avere risposte appaganti a domande essenziali. Come conoscere altrimenti la propria immagine? Specchiarsi in una pozza d'acqua? Ascoltare le altrui descrizioni? Niente vale uno specchio, perché all'essere umano non basta sapere come è fatto un uomo, non basta conoscere mille individui, vuole conoscere il sé. E lo scimpanzé, e il gorilla, e l'orango? E altri ancora?
È affascinante seguire l'esperienza di uno scimpanzé posto per la prima volta di fronte a uno specchio. La sua prima reazione è palesemente quella di trovarsi di fronte a un altro individuo. Lo invita al gioco, alla zuffa. Poi però – non ci vuol molto - scopre che, qualsiasi cosa egli fa, l'altro la replica. Inizia così la fase sperimentale. Agita una mano, fa di proposito una boccaccia, una mossa strana. Rapidamente percepisce che nello specchio c'è un'immagine del sé. Segue, a questa emozionante fase, quella altrettanto intensa della curiosità per le proprie fattezze, fase che può durare a lungo, perché lo scimpanzé intraprende uno studio minuzioso, guardandosi negli occhi e in bocca, mettendosi in pose funzionali per raggiungere visivamente parti del corpo altrimenti celate. Mi risulta davvero difficile raccontare, usando solo parole, la varietà di emozioni che scorrono, descritte dalle espressioni facciali, sul volto della scimmia che scopre nei dettagli la propria immagine. È uno spettacolo che, per essere compiutamente apprezzato, non può che essere visto. A ogni modo questa della scoperta e dell'esplorazione del sé è solo il risultato d'un primo esperimento. Subentra poi l'applicazione, ad animali ormai esperti e addormentati, di segni o macchie in parti del corpo che non possono essere osservati se non con uno specchio. Per esempio su un sopracciglio, sul naso, su un orecchio. S'è così visto che, svegliandosi e specchiandosi, questi scimpanzé subito toccano le vere macchie, si annusano le dita, tentano di pulirsi e controllano, specchiandosi ripetutamente, il risultato della loro azione. Forniscono insomma una prova evidente di sapere che quell'immagine li rappresenta. Oltre ai grandi primati, e solo recentemente, esperimenti analoghi, che pure hanno offerto esito positivo, sono stati compiuti su elefanti indiani e su delfini tursiopi.
Esiste poi, al di là dello specchio, un'altra conferma della consapevolezza del sé raggiunta dai grandi primati, ed è quella che passa attraverso l'acquisizione del nostro linguaggio verbale. Avendo le scimmie scarsa capacità imitativa vocale, s'è dovuto in vario modo tradurre per altre vie sensoriali il valore simbolico o descrittivo contenuto nelle nostre parole. Ciò s'è ottenuto con l'uso di un linguaggio gestuale (lo scimpanzé Washoe, il gorilla Koko, che potete vedere all'opera nel sito www.koko.org), con l'uso di simboli concreti, cioè piccoli aggeggi magnetizzati ricoperti di plastica colorata da ordinare su una lavagna magnetica (lo scimpanzé Sarah), oppure con l'uso di una tastiera tale da consentire alla scimmia di organizzare risposte sullo schermo di un calcolatore (lo scimpanzé pigmeo Kanzi). Molto s'è discusso sul reale significato dei risultati acquisiti, ma un fatto almeno è chiaro: la consapevolezza del sé di quegli animali. E dovrei aggiungere, soprattutto a seguito dell'ultimo saggio pubblicato sul pappagallo cenerino Alex (cfr. il sito, pure addestrato a comunicare usando in modo appropriato le parole del nostro parlare, anche questo intelligente uccello tra le specie che possiedono autocoscienza.
Devo, infine, ricordare quel fenomeno assai studiato che è l'autovalutazione (assessment). Molte sono infatti le specie (tra cui cani, cervi e mufloni) che per via empirica sono in grado di acquisire, attraverso il confronto con altri individui conspecifici, una consapevolezza (almeno) di certe loro importanti caratteristiche. È difficile valutare a pieno il significato del fenomeno, che pure sembra avere, in qualche modo, a che fare con una, evolutivamente primitiva, costruzione di una conoscenza del sé.
Occorre ora accennare alla consapevolezza delle conseguenze del proprio comportamento, che può venire usata, dalle specie più intelligenti, per manipolare il comportamento altrui. È il caso, tra l'altro, delle menzogne consapevoli. Un esempio per tutti: molte sono le specie sociali che, altruisticamente, hanno evoluto una comunicazione in funzione antipredatoria.
La comparsa improvvisa di un predatore evoca nell'individuo che lo scopre l'emissione di segnali allertanti gli altri membri del gruppo, che così possono sottrarsi alla predazione. Ebbene, in certe specie di uccelli (corvidi, lanidi e formicaridi) e di mammiferi (la volpe artica) compare talora, come iniziativa individuale, un uso improprio e ingannevole di questi segnali, che vengono usati, alla scoperta di una risorsa alimentare, per allontanare possibili concorrenti.
Di questo tipo sono le evidenze principali dell'esistenza d'una primitiva consapevolezza in menti non umane. Una costellazione di menti evolutesi per essere adatte ad altri stili di vita e che perciò sono tra loro diverse, che per ciò sono per noi così difficilmente penetrabili, ma stimolanti proprio in quanto, seppure parenti, aliene. L'etologia cognitiva è un'area giovane e ancora poco esplorata del comportamento animale. Un'area che risulterà utile anche per comprendere le complessità e le diversità della mente umana.

Danilo Mainardi, etologo, insegna all'Università di Venezia.

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