30 dicembre 2005


Parlez-vous français? - foto di
Maria Cecilia Camozzi


Il potere dello sguardo

Lo sguardo segna in modo irripetibile il nostro stare al mondo e i significati di fondo con cui, tra consapevolezza e passività, lo abitiamo

"Preferiamo quindi immagazzinare senza tanti controlli e senza inventario quel che apprendiamo, accatastare alla rinfusa le nostre esperienze, seguire automaticamente comandamenti e divieti, giudicare rozzamente e sbrigativamente quel che ci capita, soffrire senza interrogarci a fondo sui motivi dell'inquietudine e sui suoi possibili rimedi. Viviamo, in sostanza, come se fossimo attraversati da torrenti di concetti e sentimenti torbidi, mossi da criteri vaghi, immersi in una sorta d'incoscienza accettata come inevitabile o perseguita come una corazza contro l'orrore del vivere".In questa lucida riflessione di Remo Bodei, tratta dal suo: Una scintilla di fuoco. Invito alla filosofia, è sotteso, a mio parere, quel rinvio alla centralità dello sguardo, e, quindi, dell'occhio, come segno conoscitivo per eccellenza, al fine di cogliere i molteplici segni della terra e del cielo e nominarli con un discorso di senso.
La stessa filosofia platonica, della quale l'Occidente è profondamente debitore, è essenzialmente videocentrica: l'occhio, nel quale si incarna il vedere, è l'organo privilegiato nell'ordine del conoscere e dell'agire.Nel Timeo e nella Repubblica, infatti, Platone sottolinea come l'occhio sia fuoco della luce e del corpo, non abbia bisogno, a differenza di altri organi di senso, del contatto, e, nella forma esteriore, sia il più simile al sole, che simboleggia l'Idea del Bene, cioè il culmine della conoscenza, a cui conformare la nostra esistenza più autentica.In questo senso, esercitare gli occhi allo sguardo, alla visione, significa liberarsi dalla zavorra delle opinioni, delle voci inautentiche con cui il mondo cerca di intercettare la nostra esistenza per manipolarla, omologarla, uniformarla secondo linguaggi e saperi acritici, desertificando, di conseguenza, il pensiero e amputando i nostri vissuti, le nostre irripetibili biografie dei loro sentimenti più genuini.
L'occhio, dunque, è segno di uno sguardo verginale, di una capacità di ri-leggere il mondo con un pensiero autonomo, consapevole, del coraggio di percorrere sentieri non ancora battuti, corroborati e fecondati - quasi abitati da un dio - dallo spirito del viandante che, inquieto, articola senza posa, in ampiezza e profondità, domande sempre nuove.

Fabio Gabrielli

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