Un tuffo nella mente di Oliver Sacks
Veste "firmato" da simboli chimici, decora la casa con foto di grandi scienziati, ama le temperature polari, ha per "zio" un filo di tungsteno... e il suo genio non finisce mai di stupire. E oggi il neurologo più famoso del mondo rivela cosa c' è nel suo cervello.
Veste "firmato" da simboli chimici, decora la casa con foto di grandi scienziati, ama le temperature polari, ha per "zio" un filo di tungsteno... e il suo genio non finisce mai di stupire. E oggi il neurologo più famoso del mondo rivela cosa c' è nel suo cervello.
Cos'altro si può dire del neurologo più famoso del mondo ? Che ama Bach e il salmone affumicato, che non legge romanzi, ma adora Sherlock Holmes e la saga di fantascienza Star Trek, che vive a temperature polari (anche quando ha di fronte a sé una giornalista intirizzita) e che ammette di non essersi mai sposato perché trova difficile far posto a un' altra persona nella propria esistenza ma, ci tiene a specificare: "se facessi una vita più tranquilla prenderei un cane". Esordisce così Oliver Sacks, il medico noto soprattutto per i libri dedicati alle sue più impervie esplorazioni del cervello o meglio, come ama dire, alle sue "visite a domicilio ai confini dell' esperienza umana". Casi clinici che hanno reso familiari ai lettori disturbi come l' encefalite letargica, tema di un libro trasformato in un film, Risvegli, in cui Robin Williams interpreta Sacks stesso; l' acromatopsia (incapacità di vedere i colori) e la sindrome di Tourette, un disturbo neurologico infantile che si manifesta in diversi modi, dall' iperattività a problemi di attenzione a frequenti tic. Ma "vita tranquilla" non è un concetto che trova posto nell' esistenza di Oliver Sacks, anche quando non è con i pazienti. Per esempio, quando trasforma una conferenza in uno spettacolo degno di un evento rock, con tanto di lunga coda in attesa dell' apertura dei cancelli e centinaia di persone escluse dall' evento per mancanza di posto. E' ciò che è accaduto a Milano, alla conferenza organizzata dal Circolo Culturale Milanese con Sigma Tau ed e Biscom. Sacks si presenta sul palco con una cravatta che riproduce la tavola periodica degli elementi: accessorio insolito per lui, che ama l' abbigliamento casual e ammette di "non essere molto bravo ad assortire i colori". Il look ispirato alla chimica (durante l' intervista ha sostituito alla cravatta una maglietta sulla quale spiccava il simbolo del seaborgio, uno degli ultimi elementi scoperti) così come gli innumerevoli gadget "a tema" di cui si circonda in casa, è per Sacks un ritorno alle origini. Oggi, a 69 anni, il neurologo ha deciso di raccontare le pagine più difficili di una vita intensa, l' infanzia londinese in una famiglia affollata di personaggi bizzarri e geniali, e soprattutto la giovanile passione per la chimica. "Bisogna cominciare a perdere la memoria, come diceva il regista Luis Bunuel, per renderci conto che senza non siamo niente", spiega a Newton Oliver Sacks. "Quando si invecchia aumenta il bisogno di guardare al passato, agli eventi che ci hanno formato, alle persone e ai libri che hanno dato senso alla nostra vita. Ora il bisogno è diventato irresistibile: raccontando i miei primi 14 anni di vita mi sono sentito più giovane. Bisognerebbe provarci, è un' esperienza che consiglio a tutti". In effetti Sacks aveva già parlato del suo privato: il suo debutto letterario del 1970, Emicrania, partiva da un' esperienza personale e così il recente Su una gamba sola, dedicato ai pesanti strascichi di un incidente: "Solo una persona sottoposta ad anestesia spinale può capire cosa si prova perdendo la sensazione del proprio corpo dall' ombelico in giù". Mettersi nei panni del paziente per Sacks è fondamentale. "A volte vorrei essere telepatico, per poter leggere nel pensiero di pazienti coscienti ma incapaci di comunicare", dice, ammettendo però di temere il coinvolgimento emotivo. "Tanti anni fa ho lavorato con dei bambini molto disturbati: un' esperienza traumatica, che mi ha fatto rivivere i momenti più cupi della mia infanzia. Il ruolo di medico mi aiuta a sentirmi vicino ai pazienti, a provare simpatia per loro, ma senza lasciarmi coinvolgere, altrimenti non me ne potrei occupare con la dovuta serenità". è stato forse il padre medico a ispirare a Oliver Sacks il desiderio di esercitare la professione a contatto con i pazienti piuttosto che in laboratorio ? "Non del tutto. In realtà non ho mai pensato di dedicarmi a tempo pieno alla ricerca neurologica", risponde. "E poi sono troppo goffo per la vita di laboratorio: nel 1965 ho lavorato per un po' sui lombrichi, ma continuavo a rompere o a far cadere le cose". Una scelta di campo convinta, che non gli impedisce comunque di tenersi aggiornato sull' evoluzione della ricerca nel campo delle neuroscienze. "Sta diventando sempre più evidente che forse non dovremo parlare di memoria, ma dell' attività del ricordare, che riguarda al tempo stesso il nostro corpo e la nostra mente, e ci porta a riorganizzare il passato rispetto a diversi contesti", prosegue Sacks. "Oggi cominciamo a comprendere molte delle funzioni superiori della mente, e i punti di vista più distanti si stanno avvicinando, tanto che possiamo chiederci se abbia ancora senso discutere del rapporto mente/cervello. Immagino che l' attività cerebrale che un fisiologo osserva dall' esterno possa, in qualche modo, essere osservata anche dall' interno. Un po' come", continua usando una metafora dall' amata chimica, "la tavola periodica descrive dall' esterno le proprietà degli elementi chimici e dall' interno la struttura degli atomi. Anche se nessun elemento inorganico può spiegare la complessità delle funzioni umane, anche delle più elementari". Di memoria Sacks si è occupato soprattutto per studiarne le deviazioni: tra i protagonisti dei suoi libri troviamo persone angosciate dall' incapacità di dimenticare anche il più piccolo dettaglio; persone "congelate" nel passato che vivono come se avessero ancora vent' anni; persone incapaci di ricordare volti, gesti o parole. Per arrivare ora, con Zio Tungsteno, a raccogliere la sfida di ricostruire, 55 anni dopo, i suoi ricordi e le emozioni di un Oliver Sacks ragazzo. "Ho sempre tenuto un diario, per descrivere pensieri, eventi, personaggi curiosi", rivela Sacks. "L' ho fatto per gli altri, ma soprattutto per me stesso. A volte ho la sensazione di non riuscire addirittura a pensare se non ho a portata di mano un quaderno e le mie penne", ammette mostrando il taccuino con annotati gli eventi degli ultimi giorni. Lettera a sorpresa: i ricordi che hanno dato vita a Zio Tungsteno sono riemersi quattro anni fa grazie al suono sordo di una sbarretta di metallo, tungsteno appunto, caduta dal pacchetto inviatogli da un amico chimico, il premio Nobel Roald Hoffmann, per rinverdire quella passione giovanile. Un "clunk" che ha portato Oliver Sacks al tempo felice della scoperta della chimica, spingendolo a riprendere in mano metalli e provette. "Credo di aver amato l' individualismo degli elementi, ma anche il fatto che formassero famiglie mantenendo la loro singolarità: il tungsteno è sempre tungsteno, qualunque cosa se ne faccia", ricorda oggi Sacks. "Al tempo stesso mi piaceva la magia della trasformazione: le reazioni, per me bambino, erano qualcosa di magico". Come non amare una chimica imparata grazie soprattutto al contributo di una famiglia intelligente ? Primo tra tutti lo zio Tungsteno del titolo, ossia Dave, il fratello della madre così ribattezzato perché, proprietario di un industria che fabbricava lampadine con il filamento di tungsteno, aveva per questo metallo una vera e propria venerazione. Ma l' entusiasmo del piccolo Sacks non è sopravvissuto ai corsi scolastici di chimica: "dovevo stare seduto in aula, prendere appunti, leggere libri di testo piatti, impersonali, letali", ricorda sorridendo. "Sono una persona indipendente, non mi piace far parte di un gruppo. Perciò adoro i musei, i giardini botanici dove posso seguire l' ispirazione del momento". Si spiega forse così l' abbandono della chimica a favore della medicina, nuovo possibile terreno di affascinanti scoperte. O forse Sacks si sentiva ormai abbastanza forte da abbandonare una materia logica e prevedibile ("la tavola periodica degli elementi mi dava un gran senso di ordine, di pulizia", confessa), vera ancora di salvezza negli anni più difficili della sua infanzia. Era il 1939 quando fu costretto, come molti altri bambini inglesi, a lasciare Londra e i genitori medici, impegnati nel soccorso ai civili, per trascorrere quattro anni nel collegio di Braefield. Un durissimo periodo di umiliazioni ed esilio da cui ammette di essere uscito introverso e per certi aspetti disturbato. "Ho avuto la fortuna di poter analizzare le cose negative che mi sono successe. Sono certo che se le avessi rimosse mi perseguiterebbero, o mi porterebbero a identificarmi con chi soffre. Mentre così sono riuscito a descriverle con un certo distacco. E in qualche modo la scrittura di questo libro è stata un modo per far uscire i dèmoni alla luce del giorno", commenta Sacks, che ancora oggi dedica allo psicoanalista le primissime ore della mattina, dopo la nuotata quotidiana. "Autobiografia e psicoanalisi tendono a costruire una spiegazione plausibile di ciò che si è", prosegue. "In questo senso, Zio Tungsteno può essere definito una prosecuzione del mio lavoro di analisi". Sacks parla come un fiume in piena, e il pensiero va al fratello Michael, di poco maggiore, che ha pagato con la follia le drammatiche esperienze del collegio. Ma anche al nostro Primo Levi, lo scrittore che era anche un chimico. "Lui non è riuscito a liberarsi delle terribili emozioni vissute nel campo di concentramento, pur avendole descritte con tanta efficacia nei suoi libri. E' difficile dire quanto la predisposizione alle malattie mentali sia innata, e quanto sia condizionata dalle esperienze vissute. Forse mio fratello era più fragile di me", confessa a mezza voce, "ma penso di essermi salvato anche grazie ai miei zii e alla mia passione per la chimica, a ciò che Freud definisce "il potere terapeutico del lavoro e dell' amore". E forse non è un caso che Sacks abbia scelto di dedicare la propria vita a quanti lottano per conservare la propria identità. "Fondamentalmente tutto quello che ho scritto ha a che vedere con la capacità delle persone di sopravvivere, di adattarsi a condizioni difficili", dice. "è il punto di vista di un medico che cerca "la persona nella malattia, e non la malattia nella persona". Come quando, ancora studente, un professore lo invitò a tenere d' occhio "il delirio della stanza sei". "Io mi resi conto di come quell' uomo rivivesse, nel delirio, la propria storia, di quanto quel delirio fosse il "suo" delirio, un' espressione, per quanto anomala, della sua identità", ricorda emozionato Sacks. Eppure l' impatto con la medicina è stato a dir poco traumatico: Oliver Sacks aveva appena 11 anni quando la madre cominciò a farlo assistere alle autopsie. "Cinquant' anni fa, in una casa di medici, poteva succedere che un bambino assistesse a una dissezione. Mia madre pensava di far bene, mi riteneva maturo e non si rendeva conto di quanto potesse pesare emozionalmente su di me una simile esperienza", spiega. "Dopo quelle esperienze, ammetto, non sono mai riuscito a farmi piacere davvero l' anatomia". Nascere in una famiglia di medici ha creato anche altri problemi: "lasciai Londra perché c' erano troppi "dottor Sacks". Credo che mio fratello sia emigrato in Australia per lo stesso motivo". Nessun dubbio, invece, sulla scelta della specializzazione in neurologia. "Il cervello è tutto ciò che siamo: gli altri organi sono pompe, parti meccaniche. Ho sempre trovato affascinante il rapporto tra corpo e anima, e le neuroscienze promettevano di dare una risposta a questo quesito". Ebreo di famiglia ma laico per temperamento, Sacks ammette di avere sempre provato attrazione per quelle che definisce le forme più elevate di sentimento religioso. "Anche se inorridisco di fronte al fanatismo, passato e presente, di tutte le grandi confessioni monoteiste, dalle crociate all' integralismo ebraico o islamico. Una delle cose che apprezzo della scienza", afferma, "è che non può esserci una figura come il Papa". Un pizzico di ribellione che riporta il tranquillo dottor Sacks a un passato tempestoso. "Di questo conservo traccia soprattutto nelle cicatrici che ho addosso". E' vero che lei ha fatto parte degli Hell' s Angels, la temibile banda di motociclisti americani ? "In realtà sono stato per loro una sorta di consulente medico, un pronto soccorso ambulante cui ricorrere tutte le volte che era necessario. In quel periodo mi sono occupato più di ricucire ferite che di neurologia. E ovviamente non ho partecipato ad azioni violente, ma dato che ero un ascoltatore tollerante, ho raccolto molte storie, mai pubblicate". Che altro nascerà dai taccuini del dottor Sacks ? "Tornerò a dedicarmi ai casi clinici e forse scriverò un libro sull' invecchiamento, o meglio sulle potenzialità creative della vecchiaia".
Cicerone Paola
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