16 marzo 2007

LA TAVOLOZZA DEI SUONI

di Maria Cecilia Camozzi

«La musica si situa laddove il linguaggio termina» così scrive Donald Critchley in uno dei suoi manuali di neuropsicologia. Durante l’ascolto di un brano musicale, infatti, la musica può determinare un ampio spettro percettivo, che va dalla semplice ricezione uditiva a quelle impressioni che difficilmente si riescono a descrivere a qualcuno che non ne ha vissuto e che vengono comunemente chiamate ‘esperienze sinestetiche’.
Le sinestesie percettive, o sensazioni secondarie, si verificano - come definisce in un suo articolo Fernando Dogana - «quando, in presenza di un’unica stimolazione, ha luogo la percezione di due eventi sensoriali». Ancora prima dello studio di Alfred Binet (1889) si aveva notizia di certi individui, clinicamente sani, che avevano la capacità di associare i suoni con immagini di colori e forme. Questa “dote” è perlopiù caratteristica delle personalità artistiche e dei musicisti, tra i quali predomina l’audition colorée o sinopsia. Una sinestesia di questo tipo assume colori e forme diverse a seconda dell’intensità dei parametri fisici uditi, quali l’intensità sonora, la fonte dello stimolo musicale, la tonalità, il tempo e così via. La correlazione fra suono e colore, infatti, è stata spesso sfruttata dai compositori di tutte le epoche, dando luogo a prodotti artistici che cercavano di fondere insieme le due esperienze sensoriali; tra coloro che ne facevano uso, consciamente o inconsciamente, si annoverano: Beethoven, Brahms, Chopin, Liszt, Mendelssohn, Rimsky-Korsakow, Skrjabin, che addirittura scrisse un poema sinfonico, il Prometeo (o “Poema del fuoco”), per orchestra e colori, dove questi ultimi venivano “eseguiti” su una particolare tastiera e proiettati su uno schermo posto dietro l’orchestra.
Le principali caratteristiche - elencate da Dogana - con cui si presenta il fenomeno sinestetico sono sintetizzabili in quattro punti: in primo luogo, l’esperienza è involontaria ed automatica, cioè sorge contemporaneamente allo stimolo, come una specie di riflesso; secondariamente, la sensazione ha carattere di realtà, cioè è percepita come proveniente dallo stimolo e non come frutto della fantasia; è, inoltre, altamente consistente, cioè si riproduce identica a distanza di tempo; ed infine, è generalmente rigida e unidirezionale, cioè l’associazione si stabilisce tra una data modalità sensoriale (ad es. acustica) ed un’altra (ad es. visiva), ma non viceversa.

Esistono diverse teorie, forse un po’ datate, che cercano di spiegare l’origine delle sinestesie: una prima, ad opera di Peillaube (1904), considera questo fenomeno come il prodotto di una catena di associazioni mentali, di cui sono diventati inconsci alcuni legami intermedi: rientra, infatti, nelle normali azioni quotidiane, percepire odori o sapori come più o meno intensi, a seconda del colore dello stimolo da cui provengono; una seconda, ispirata dal lavoro di von Hornbostel (1925), considera l’ascolto colorato come il perpetuarsi di esperienze percettive primitive - si ritroverebbero nei primi stadi dello sviluppo mentale - che si sarebbero poi differenziate durante l’evoluzione. Anche gli associazionisti hanno voluto esprimere la loro opinione, considerando la sinestesia - grazie a serie di interrelazioni stabili ed universali tra i fenomeni che caratterizzano il vissuto sensoriale umano - come risultato dell’apprendimento di connessioni di fatto tra gli elementi dell’esperienza.

Ho trovato, infine, una quarta teoria che si differenzia dalla precedente, poiché non considera l’apprendimento come origine di questo fenomeno ma, richiamandosi all’ipotesi dell’isomorfismo gestaltico, sostiene che, se anche due stimoli appartengono a sistemi sensoriali differenti (ad es. suono e colore), possono nondimeno essere accomunati da profonde analogie strutturali.
Da un punto di vista farmacologico, invece, è stato appurato che il fenomeno sinestetico può essere provocato dall’uso di sostanze allucinogene (Baudelaire e Rimbaud sono i casi letterari più eclatanti) come la mescalina, la marijuana e l’acido lisergico (che già nel XV secolo veniva estratto, per opera delle presunte “streghe”, dalla claviceps purpurea, per ottenere visioni profetiche).
A volte può capitare, sebbene sia un caso raro, che un altro tipo di sinestesia (detta “sensazione terziaria”) si aggiunga a quella suono-colore, e si riferisca ad un altro organo di senso, come l’olfatto, il tatto o il gusto. Schultze, all’inizio di questo secolo, scrisse di un uomo di 30 anni che aveva la caratteristica di associare l’ascolto colorato a sensazioni gustative, così che la musica strumentale gli evocava prima senzazioni di sapore e poi di colore. Secondo la sua esperienza, le tonalità maggiori o minori si distinguevano nettamente dal gusto: dolce le prime e amaro le seconde; inoltre - e questo è l’effetto straordinario della faccenda - si verificava in questo soggetto il fenomeno della ‘perseverazione’: quando il brano musicale terminava, gli rimanevano delle «associazioni postume sapore-colore».
Chissà cosa proverete, dunque, la prossima volta che vi siederete a tavola...

(L'EROE, Hesperia editrice, Parma, 1999)

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