Quando vedo quella luce
senza fondo, Emily, che corre
ben oltre le nubi all'orizzonte
e sfonda i pini, i tetti delle case,
il monte Holyoke e il falco
che mi grida che è sera,
quasi di primavera, sento
il brivido del primo caldo
che sentivi tu, di marzo,
in quella stanza che sembrava
tutto il mondo, ma di più,
più felice, più intero e più
finito dentro la tela bianca
che filavi dalla punta
delle dita. Quando penso
hai respirato quest'aria
pulita e pungente, hai
avuto paura che il buio
non finisse mai e ti ha
sorpresa uno stormo
di selvatici tacchini,
sagome tozze e di piombo
che si alzano improvvise
in volo, improbabilmente,
nel silenzio attonito dell'alba.
Sono te: quello sguardo
che non dice, quella voce
trattenuta dal rumore,
mani in posa e bande
di capelli fintamente
domati. So le ore
passate ad osservare
una minima creatura,
i suoi mille insondabili
bisogni, le volte che si
volta verso il sole e si
infila nella pancia
di un fiore. Sento
l'esatto effondersi
del fiato della terra,
il lineare fluire della linfa
dell'acero e il rischio
di temere che tutto
sia davvero troppo,
insostenibile. La fine
non è mai l'insuccesso
della fisiognomica del ragno
ma il non poterla dire.
Tu lo sapevi. Eri felice.
March 13, 2007
Paola Loreto

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