22 settembre 2007

MEMORIE D'INFINITO

di Maria Cecilia Camozzi

Il tempo, nel suo significato abituale,
esiste solo quando l’Ego è presente.

H. Wambach


Al di là del concetto di Tempo assoluto, matematico, che secondo Isaac Newton «in sé e per sua natura senza relazione ad alcunché di esterno, scorre uniformemente», non esiste una dimensione temporale univoca, identica per tutti, come non esiste un’esperienza che possa definirsi “oggettiva”, poiché tutto ciò che si apprende dipende dall’interazione tra ogni singolo soggetto e il contesto in cui agisce. Così, a parte le convenzioni della realtà sociale, del fuso orario e del calendario occidentale, il tempo scorre diversamente sia in punti differenti dell'universo, sia nella moltitudine delle coscienze umane.
Tuttavia, la percezione temporale, come pure ogni forma di conoscenza, dipende sostanzialmente dalla soglia dei mezzi percettivi di cui si dispone in un determinato momento: è noto, ad esempio, che un evento esperito in condizioni psicofisiche normali assumerebbe un significato diverso nel caso di condizioni alterate.
La filosofia orientale, soprattutto quella indiana, ha da sempre sostenuto che il tempo, come anche lo spazio, sono costruzioni mentali: tutto ciò che vediamo, sentiamo, gustiamo, tocchiamo, ecc. diviene quindi “illusione”, perché occultato dal velo di Maya. La realtà delle cose è altrove: c'è chi la cerca nell'Iperuranio della filosofia platonica, chi nell'acqua corrente del fiume di Eraclito e chi sotto i veli di una Maya occidentale, in qualche Nirvana psicadelico.
Tra gli insegnamenti del Buddha, a questo proposito, si trova scritto che il passato, il presente, il futuro, lo spazio e tutte le singole cose di questo mondo, non sono altro che forme di pensiero, realtà superficiali, nomi... E «il nome - secondo il noto principio di Korzybski - non è la cosa designata», quanto «la mappa non è il territorio», bensì rappresentazioni con cui ci orientiamo nel mondo della nostra esperienza e che non dicono un gran ché sulla struttura soggiacente.

Così, l’uomo ha creato un tempo personale, frutto del divenire e della memoria (poiché senza di questa non ha alcun senso): lo ha diluito nell’alcool, dilatato nella malinconia e nelle sindromi depressive e lo ha ristretto nell’euforia e nelle psicosi maniacali. Lo ha raffigurato, scolpendolo nella pietra e nel marmo, e lo ha personificato, dipingendolo sulle volte delle cattedrali. Lo ha persino nobilitato, definendolo "galantuomo" e lo ha rubato al mito e al sonno, per adattarlo alla realtà che si è costruito, finendo poi per rimpiangerlo, quando non ne rimane più molto da spendere...
Il tempo scorre in una sola dimensione? Esiste il non-tempo? Ci sono confini? Ma dove siamo noi rispetto al Tempo? Sono domande a cui è difficile dare una risposta.
La relatività di questa dimensione spaventa (basti pensare al fenomeno del Millenium Bug e a quelle che potevano essere le sue conseguenze peggiori) e affascina l’uomo, che ha bisogno di eventi concreti e di ciclicità storiche e naturali - come le stagioni o le fasi della luna - per darsi un senso nel cosmo e per cercare una possibilità di trascenderli con la sua tecnica e la sua arte.
L'Arte non annulla il tempo fisico, ma è in grado di fermare - sebbene per qualche istante - quello personale e consegnare al nome del suo creatore la palma dell'immortalità terrena, una briciola di infinito. Infatti, di fronte all'espressione sublime e geniale di un'opera - che sia in grado di esternare realmente lo spirito del suo artefice - l'Io si incanta, immergendosi in una dimensione altra, che non ha quasi più confini, né contatti con il reale. E ci si accorge solo dopo, quando si ritorna coscienti, di quanti minuti sono trascorsi fuori dalla quotidianità.
L’Arte, come anche il Sacro (inteso in senso batesoniano, cioè legato alla “struttura che connette” tutte le creature viventi) invita l’uomo verso una dimensione integrale dell’esperienza - non riducibile alla sola parte razionale e cosciente - che contempli perciò la dimensione inconscia e il sentimento estetico.
La sospensione del Tempo, sebbene per qualche istante, come viaggio nella memoria, nei sentimenti e nelle emozioni del proprio Io interiore, ci fonde con il senso di infinito che alberga in fondo al cuore di ogni essere umano, non importa se religioso o ateo.
E «se riusciamo a capire - scriveva Carl G. Jung nella sua biografia - e a sentire che già in questa vita abbiamo un legame con l’infinito, i nostri desideri e i nostri atteggiamenti mutano. In ultima analisi, contiamo qualcosa solo grazie a ciò che di essenziale possediamo e se non lo possediamo la vita è sprecata. […] Se mi so unico nella mia combinazione individuale, vale poi a dire limitato, ho la possibilità di prendere coscienza anche dell’illimitato».
articolo pubblicato sul mensile L'EROE, 2000, Hesperia editrice, Parma

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