14 settembre 2007

WITHOUT

Con il patrocinio del Comune di Capranica, Regione Lazio. Provincia di Viterbo
www.comune.capranica.vt.it
Chiesa Romanica di San Francesco Piazza San Francesco → Google™ Maps
sabato 6 ottobre 2007 - domenica 21 ottobre 2007

A cura di

Antonietta Campilongo

www.campilongo.it

tel.3394394399


Organizzazzione:
N e w o r l d ART


Presentazione in catalogo

Francesco Giulio Farachi

Pier Maurizio Greco

Ida Mitrano

Stefano Iatosti


Artisti

Achir, Manuela Alampi, Marco Angelini, Roberto Angiolillo, Artisti Innocenti, Maurizio Baccanti, Marina Baciocchi, Rosella Barretta, Marco Besana, Elena Bonuglia, Ilaria Buselli, Maria Cecilia Camozzi, Antonietta Campilongo, Matteo Carbone, Joao Carità, Sabrina Carletti, Alessio Casale, Antonella Catini, Ciro Cianni, Luigi Cipollone, Benito Coltrinari, Enzo Correnti, Patrizia Costa, Anna Costantini, Paola de Santis, Valentina Fabi, Rosanna Fedele, Francesco Gentile, Paola Giacon, Pier Maurizio Greco, Michael Harvey, Loris Manasia, Flaminia Mantegazza, Susy Manzo, Maddalena Marinelli, Barbara Medori, Serena Meggiorini, Francesco Mestria, Juan José Molina Gallardo, Kim Molinero, Consuelo Mura, Claudio Orlandi, Orodè, Giuliano Pastori, Silvia Patrono, Ilaria Pergolesi, Nadia Perrotta, Enrico Pietrangeli, Simonetta Pizzarotti, Fiorella Saura, Gabriele Simonetti, Luca Soncini, Vincenza Spiridione, Andrea Sterpa, Massimo Trulli, Antonio Verdone, Zoro

E' previsto cocktail con rinfresco.


http://www.equilibriarte.org/upload/events/816-1189751090.jpg

La scelta dell'assenza (Francesco Giulio Farachi)

Curatori di mostre e critici d'arte hanno senz'altro una mente perversa. Al di là del convinto ed istintivo consenso che tale affermazione trova sia fra gli artisti sia nel più diffuso pubblico, l'occasione attuale ne costituisce una buona dimostrazione. Solo con una sottile perfidia si può infatti concepire e rendere concreta l'idea di mettere in mostra una contraddizione pura. O, per dirla altrimenti, di sfidare tutti – artisti, spettatori, se stessi – ad un gioco (o seria faccenda?) in cui si rende l'irrilevanza della designazione rilevante al punto da designare se stessa in un'esposizione. "Senza titolo" – per una mostra, per le opere che la compongono – è un'assenza dichiaratamente falsa e fuorviante. Intanto perché "senza titolo", titolo lo è indubitabilmente – ambiguo e bifido, ma sempre titolo. E poi, soprattutto perché, invece di togliere qualcosa, questa negazione aggiunge, invece di limitare, espande, carica ed investe i suoi oggetti di ogni possibilità interpretativa, moltiplica gli approcci.
Allora, l'audacia di questa proposizione sta nell'invito a cogliere la bellezza e la ricchezza di una libertà che finalmente lasci spaziare fin dove mente e sentimento riescono ad arrivare. Trovarsi di fronte ad un'opera d'arte e non subire i vincoli della didascalia, dell'orientamento imposto, in un certo qual modo rende tangibile il segreto dell'arte, l'enigma di ogni ispirazione, ed anche, specialmente, il mistero del sentimento che suscita nell'osservarla, il riflesso che quell'opera proietta sulla vita. Si tratta in fin dei conti, di godere di una sensazione pura, per certi versi primordiale. Una materia, una figura, un segno, una parola possono giungere all'osservazione solo per ciò che sono, indicare soltanto quella materia, quella figura, quel segno o parola. Perché questo è ciò che essi dicono all'immediato. L'assenza del titolo fortifica la presenza della cosa.
Eppure, con la stessa intensità, vale anche l'esatto contrario. L'opera in sé e per sé veste il fascino dell'interpretazione, sollecita la ricerca dei riferimenti, stimola quell'esercizio sovrano della mente che è la lettura allegorica ed analogica. Resta così aperto il compito di definire la materia, la figura, il segno o la parola, di osservare oltre alla faccia che presentano la rivelazione della loro faccia nascosta, ed immaginare intorno ad essi contesti e spazi e concetti, significati e poi prospettive.
Non si può dunque credere che una mostra senza titolo sia solo una vetrina per opere senza titolo. È un criterio metodologico, è un voler guardare oltre gli schemi già acquisiti, significa gettare le competenze tecniche e creative nell'agone dell'indefinitezza per vedere quale definizione esse stesse si danno e producono, e vedere poi se da qualche parte e con quale vigore stia germogliando il seme del futuro. Insomma quella che superficialmente potrebbe apparire come una trovata sbrigativa, si rivela essere una coscienziosa impostazione scientifica. Non solo, è un accesso per mettere a disposizione un territorio per l'arte, un luogo assente, un luogo "senza", un luogo che manca di muri e confini, ma che proprio per questo solidamente rende concreta l'esperienza di conoscenza e ricerca, di nuove sperimentazioni e di nuova attenzione. Prima che i fatali "ismi", quelli già coniati e quelli prossimi venturi, cristallizzino quell'esperienza come fatto già acquisito e scontato.
Tutto sommato, è questo un contegno ed un modo possibile per dimostrare rispetto verso l'opera d'arte, verso il segreto della sua presenza, e di passare da un linguaggio all'altro, di trasferire i simboli in esperienze concrete, di stabilire una rete di corrispondenze e consapevolezze, di cucire e ricucire il tessuto che aiuti a capire la vita.

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