da Delfi
[...] Ma a cosa serve tutto questo?
A volte queste colonne, nel sulfureo chiaro di luna, somigliano
ai denti rotti di un dio gigantesco, e le gradinate del teatro
sono come le mascelle nude di giganti morti,
mascelle nude, calme e indifferenti
senza ormai piú l’avvilente necessità
del cibo, del bacio, del grido, senza piú
l’umiliazione della sconfitta, l’alterigia della vittoria, solo
con l’immobile e impersonale vittoria della nudità.
A cosa serve dunque tutto questo? – commenti, ripetizioni,
interpretazioni, traduzioni, reviviscenze, imitazioni?
sui marmi del teatro antico eretti
i nostri scenari contemporanei, dappoco, di cartapesta
nella luce del giorno che smoriva; – colonne di cartapesta,
fiaccole di cartapesta per una rappresentazione di Eschilo
finiva lo spettacolo; gli spettatori applaudivano,
si accalcavano già verso l’uscita, compravano ceci
mentre il tramonto tingeva di rosa le ombre e i marmi.
Pure, su tutto il trambusto e la confusione, sulle traduzioni,
diresti che rimane integro e inalterato il grido silenzioso
grido inudibile, profondo, imperioso, lontano, estraneo,
eppure nostro; – grido che ti rinnova
il desiderio di tradurlo; e scopri già
una dolce affinità tra la luce della sera e i marmi,
tra le povere colonne di cartapesta e il tempio di Apollo,
tra le maschere antiche, i coturni, gli scettri
e questi bastoni dei contadini
Ghiannis Ritsos
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