L’amore non fallisce per mancanza di sentimento, ma per incompatibilità tra modalità opposte di stare al mondo.
Immaginiamo un palloncino. Leggero, colorato, delicato, sensibile. Capace di emozionarsi per un tramonto, di commuoversi per una parola, di percepire le minime sfumature ed energie attorno a sé.
E immaginiamo un cactus. Duro, spigoloso, spinoso, incapace di accogliere la vulnerabilità altrui, sempre sulla difensiva, pronto a pungere appena qualcuno si avvicina troppo.
Può un cactus sposare un palloncino?
Forse sì. Ma quanto durerà il loro magico idillio?
Quando una persona molto sensibile lega il proprio destino ad un essere spinoso e incapace di empatia, finisce per perdere se stessa e si condanna ad una lenta e continua emorragia interiore.
Il palloncino non esplode per un grande spillo. Esplode per il continuo contatto con pungenti e fastidiosissime spine.
Una battuta svalutante. Un silenzio punitivo. Una freddezza ripetuta. Una mancanza di ascolto. Un’assenza di tenerezza.
Piccole spine quotidiane che, una dopo l’altra, distruggono lo stare insieme e tolgono la gioia di vivere.
Le persone altamente sensibili - le PAS - non hanno bisogno di partner ideali, ma di anime capaci di accogliere.
Hanno bisogno di qualcuno che sappia ascoltarle senza giudicare, comprenderle senza umiliare, correggerle senza ferire.
Hanno bisogno di fedeltà, sincerità, trasparenza, e non sopportano menzogne, ambiguità e “doppiofaccismi”.
Come terapeuta ho imparato che molte sofferenze di coppia nascono da una scelta fatta guardando solo l’attrazione, il fascino e i discorsi convincenti dei primi tempi dell’amore.
Ma i cactus sono bravissimi ad incantare con le parole. Sanno far vedere mondi che non esistono. Sono esperti in “love bombing” e “gaslighting”. Prima dolci e poi assassini!
Per questo, prima di chiederci se amiamo qualcuno, chiediamoci: come mi sento quando gli sto accanto?
Mi sento accolto o giudicato? Mi sento libero o costretto? Mi sento compreso o frainteso? Mi sento visto o utilizzato? Mi sento amato con gratitudine o con pretesa?
Una delle più grandi forme di maturità psicologica consiste proprio nel comprendere che non basta trovare qualcuno da amare e che dice di amarci. Bisogna trovare qualcuno che sappia amare nel modo in cui il nostro cuore ha bisogno di essere amato.
Perché un palloncino può resistere al vento, alla pioggia e perfino alla tempesta. Ma si spezza e scoppia tra le spine di un cactus.
L’amore, quello vero, non procura ferite, ma al contrario, è il luogo in cui le ferite vengono guarite.
Il vero problema però non è il cactus. È il palloncino che si ostina a stargli accanto e avvicinarsi.
Il “cactus narcisista” è attratto dal palloncino colorato del “dipendente affettivo”. Sembrano fatti apposta per incontrarsi.
Il primo ha bisogno di essere ammirato e venerato. Il secondo ha bisogno di essere scelto e protetto.
Il primo desidera qualcuno che ruoti attorno ai suoi bisogni. Il secondo è disposto a dimenticare i propri pur di non perdere la relazione.
Il narcisista teme l’intimità autentica e svaluta. Il dipendente affettivo teme l’abbandono e si sottomette.
Uno ferisce. L’altro giustifica.
Uno prende. L’altro continua a dare.
Uno pretende. L’altro spera che un giorno tutto cambi.
E così nasce una danza dolorosa, fatta di punture e cicatrici, ferite sanguinanti e buchi nel cuore, che può durare anche tantissimi anni.
Il palloncino continuerà a sentire dolore e perdere sangue, nella speranza di ammorbidire le spine del cactus.
Continuerà a pensare: “Se amerò di più, cambierà.” “Se sarò più paziente, si ammorbidirà.” “Se resisterò ancora un po’, tornerà la persona meravigliosa che ho conosciuto all’inizio.”
Ma quella persona non è mai esistita. Era una maschera. Una strategia di seduzione. Un atteggiamento egoico costruito per conquistare e sottomettere la vittima.
La guarigione inizierà quando il palloncino comprenderà che l’amore non consiste nel sacrificare se stessi per salvare chi non vuole essere salvato, nell’annullare i propri bisogni per trattenere chi non c’è mai stato, nel lasciarsi calpestare la dignità pur di mantenere una pace apparente.
Un cactus non può guarire dai suoi aculei velenosi. Non cambierà mai chi si sente perfetto e non riesce a vedere i suoi “nuclei di morte”.
E non è amandolo fino a sanguinare che il problema potrà risolversi.
Qualcosa dí destabilizzante accadrà solo il giorno in cui il palloncino scoprirà il suo valore e smetterà di mendicare attenzioni. Quando smetterà di elemosinare briciole d’affetto. Quando la finirà di “raccontarsi balle” e non confonderà più la stanchezza con l’amore. Quando smetterà di chiamare destino ciò che è solo dipendenza e paura.
Il lieto fine di questa storia non è il cambiamento del cactus, ma la lucidità e la forza del palloncino che ha finalmente compreso che non è nato per vivere tra le spine ed ha deciso di allontanarsi da quel tormentante dolore.
Io spero che nessun palloncino debba mai trascorrere la sua vita nel cercare “invano” di convincere un cactus spinoso a diventare una rosa vellutata...
Carmelo Impera
Pedagogista, Psicologo e Psicoterapeuta, Direttore dell’Accademia dell’Anima di Ragusa
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