17 gennaio 2026

ABITARE L’EVITAMENTO

Voce delle Soglie non guarda l’evitamento come un difetto da correggere, né come una diagnosi da spiegare. Lo osserva come una postura di sopravvivenza che, a un certo punto della vita, ha salvato qualcosa.

Qui non si chiede all’evitante di cambiare, ma di fermarsi abbastanza a lungo da vedere dove sta. Non per giudicarsi, ma per non continuare a passare oltre se stesso. Chi evita non è freddo. Evita perché sente troppo, troppo presto, troppo senza protezione.
L’evitamento non è mancanza di bisogno, ma un modo raffinato di non esporsi alla perdita, alla dipendenza, al collasso.
 
L’evitante non scappa dall’altro.
Scappa dal punto in cui l’altro diventa troppo reale. L’evitante sa entrare. Sa iniziare. Sa desiderare. Ma quando la relazione chiede presenza, continuità, incarnazione,
quando chiede di restare anche senza controllo, lì si apre una soglia che non viene abitata. Non perché non sia possibile, ma perché non è mai stato possibile farlo senza pagare un prezzo troppo alto. L’evitante spesso ama a impulsi: un passo verso, uno indietro, una presenza intensa, una distanza improvvisa. Non è manipolazione. 
È un tentativo di regolare una vicinanza che non ha mai avuto una misura sicura. Il problema non è il movimento. È che il movimento non viene riconosciuto come difesa, e quindi si ripete. Per l’evitante, attraversare non significa “buttarsi” nella relazione. Significa qualcosa di molto più sobrio e molto più difficile: restare un battito in più quando nasce l’impulso di chiudere.
 
Non spiegarsi. Non giustificarsi. Non sparire.
Restare con il disagio che sale nel corpo, con il bisogno che spaventa, con la paura di essere visto e di non potersi più ritirare. L’evitante non teme l’amore. Teme di non poter più tornare indietro. Teme che la relazione diventi una prigione, perché in passato la vicinanza non era un luogo di libertà, ma di invasione, richiesta, confusione.
 
Per questo l’evitamento è spesso una forma di dignità difensiva: meglio la distanza che la perdita di sé. La soglia dell’evitante non è l’intimità. È la permanenza. Non l’aprirsi.
Ma il non chiudersi subito. Quando l’evitante riesce, anche solo una volta, a non ritirarsi, accade qualcosa di nuovo: scopre che può restare senza essere inghiottito. Non è amore romantico. È riorganizzazione interna.
 
Non devi diventare altro. Non devi forzarti.
Non devi promettere ciò che non senti. Devi solo smettere di attraversare le relazioni come se fossero corridoi di fuga. E chiederti, con onestà: “ In quale punto mi ritiro per non sentire?” Lì non c’è colpa. C’è una soglia. E ogni soglia, se abitata, non risolve: trasforma.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo | Voce delle Soglie

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