3 gennaio 2026

1 gennaio 2026

27 dicembre 2025

 

Se l’anima è connessa al corpo, allora non permetterà al corpo di vivere oltre ciò che deve essere vissuto. Non per crudeltà, ma per coerenza. Perché prolungare l’esperienza oltre il suo senso significherebbe tradirla.
All’inizio l’anima entra nel corpo come si entra in una stanza presa in prestito.
Sa che non le appartiene per sempre. Sa che dovrà lasciarla.
 
Il corpo cresce, cade, si rialza. Impara il dolore prima ancora del linguaggio. L’anima osserva in silenzio, raccoglie. Ogni ferita è un dato, ogni carezza un’informazione. Nulla è superfluo. Tutto concorre alla missione per cui si è incarnata.
 
Prendersi cura del corpo diventa così una necessità primaria. Non per inseguire l’illusione della durata, ma per permettere all’anima di compiere fino in fondo ciò che aveva previsto di attraversare. Il corpo è lo strumento, il campo, la soglia. La sua integrità serve all’evoluzione dell’anima, non alla sua negazione.
L’anima non è nemica del corpo. Al contrario: lo protegge finché serve. Lo spinge a respirare, a guarire, a cercare il calore. Ma conosce il limite. Sa che esiste un punto oltre il quale vivere non significa più vivere, ma ripetere. E l’anima non si incarna per ripetere: si incarna per comprendere.
 
Quando ciò che doveva essere appreso è stato appreso, qualcosa cambia. Non in modo violento, non improvviso. È un arretramento lieve, quasi impercettibile. Come una luce che smette di insistere sugli oggetti.
Il corpo allora resta con la mente.
Una mente lucida, funzionale, spesso fredda. Le emozioni si ritirano, il senso si assottiglia. Una mente egosintonica, talvolta cinica, che continua a pensare senza più sentire. Non è una punizione: è un passaggio. È il tempo sospeso che precede la separazione definitiva.
 
La morte del corpo non è una sconfitta.
È l’ultima, ma non meno importante, esperienza che l’anima deve attraversare per comprendere fino in fondo che cosa significhi essere stati vivi. Perché solo ciò che finisce può essere davvero compreso.
In questa prospettiva, l’immortalità smette di apparire come una conquista.
Diventa un’aberrazione. Un esperimento freddo in cui l’uomo cessa di essere umano e si riduce a una macchina biologica che continua a funzionare senza più significato. Non muore, ma nemmeno vive: persiste. La vita, invece, ha bisogno della fine per essere intera. Come una frase che trova senso solo quando arriva il punto.
 
Antonio Ruben 

26 dicembre 2025

Happiness is within my reach

 
music by Maria Cecilia Camozzi
L’inganno dell’esistenza, perché la maggior parte delle persone non vive:
C’è una presunzione di fondo, tanto diffusa quanto invisibile: credere che la vita coincida con l’idea che ne abbiamo. Non è un errore ingenuo, è una forma di autoassoluzione. Pensiamo che il semplice fatto di “esserci” equivalga a vivere, quando in realtà stiamo solo occupando uno spazio nel tempo, aderendo a un copione già scritto.
 
La vita autentica non è garantita. Non lo è per nascita, non lo è per diritto, non lo è per durata. La vita accade o non accade, su livelli che sfuggono alla gestione razionale. È un fenomeno che non risponde alle categorie con cui tentiamo di incasellarlo. Pretendere il contrario significa ridurla a un concetto domestico, innocuo, controllabile. Ciò che la maggior parte delle persone chiama “vita” è, più correttamente, esistenza. L’esistenza è funzionale, ordinata, socialmente spendibile. È la somma delle aspettative interiorizzate, delle proiezioni sul futuro, delle giustificazioni retroattive sul passato. È una narrazione coerente, ma profondamente anestetizzata. Serve a non sentire troppo.
 
L’esistenza si attacca alle forme: ruoli, identità, status, appartenenze. Vive nella firma delle cose, non nella loro sostanza. Essere qualcuno conta più che essere presenti. Avere una definizione è più rassicurante che attraversare il vuoto di non sapere chi si è. Così si scambia il nome per la realtà, il titolo per l’esperienza, la rappresentazione per il vissuto.
 
La mente è la grande complice di questo inganno. Non cerca la verità, cerca stabilità. Ripete ciò che funziona, consolida ciò che protegge, difende ciò che garantisce continuità. Le credenze non nascono per illuminare, ma per sopravvivere. In questo senso, la mente non è uno strumento di libertà, ma di adattamento.
Ed è qui la frattura più scomoda: si può attraversare un’intera esistenza senza incontrare mai la vita. Si può amare senza presenza, lavorare senza senso, pensare senza coscienza. Si può accumulare esperienza senza mai esporsi realmente a ciò che accade. Non perché manchino le occasioni, ma perché manca il coraggio di restare senza appigli.
 
La vita autentica non è rassicurante, né progressiva, né motivazionale. Non promette crescita, non garantisce significato. Chiede solo una cosa: presenza. E la presenza è costosa. Significa rinunciare al controllo, sospendere le narrazioni, smettere di usare il pensiero come rifugio. Significa esporsi all’istante senza sapere cosa ne verrà fuori.
 
In una cultura che idolatra la performance, la pianificazione e l’identità, vivere davvero è un atto sovversivo. Non produce risultati misurabili, non genera consenso, non può essere certificato. Proprio per questo viene evitato, ridicolizzato o spiritualizzato fino a diventare innocuo.
 
Forse il problema non è che la vita sia difficile.
Forse il problema è che non siamo disposti a rinunciare all’esistenza che ci protegge.
E finché continueremo a confondere l’una con l’altra, chiameremo “vita” ciò che, in realtà, è solo una lunga, educata, sopravvivenza.
 
Antonio Ruben

 

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