29 febbraio 2008

La stella della sera

L'estate era al suo meriggio,
e la notte al suo colmo;
e ogni stella, nella sua propria orbita,
brillava pallida, pur nella luce
della luna, che più lucente e più fredda,
dominava tra gli schiavi pianeti,
nei cieli signora assoluta -
e, col suo raggio, sulle onde.
Per un poco io fissai
il suo freddo sorriso;
oh, troppo freddo - troppo freddo per me!
Passò, come un sudario,
una nuvola lanugiosa,
e io allora mi volsi a te
orgogliosa stella della sera,
alla tua remota fiamma,
più caro avendo il tuo raggio;
giacché più mi allieta
l'orgogliosa parte
che in cielo svolgi a notte,
e di più io ammiro
il tuo fuoco distante
che non quella fredda, consueta luce.

Edgar Allan Poe





Santorini by night (foto dal web)

28 febbraio 2008

L'angelo buono

Venne quello che amavo,
quello che invocavo.
Non quello che spazza cieli senza difese,
astri senza capanne,
lune senza patria,
nevi.
Nevi di quelle cadute da una mano,
un nome,
un sogno,
una fronte.
Non quello che alla sua chioma
legò la morte.
Quello che io amavo.
Senza graffiare i venti,
senza foglia ferire né smuovere cristalli.
Quello che alla sua chioma
legò il silenzio.
Senza farmi del male,
per scavarmi un argine di dolce luce nel petto
e rendermi l'anima navigabile.

Rafael Alberti





Château-d'Oex (Switzerland) - foto di Pi production

26 febbraio 2008

Cento poesie d'amore, 58

Apro la porta – entra aria che visita i dipinti appesi,
accarezza i muri. D’improvviso, sbadiglia,
va a spalle basse il nostro amore non era là.
I suoi fantasmi hanno portato via tutto ciò che ho dipinto
sul letto e sui cuscini,
sulla maniglia della porta sulla sua serratura e sono scomparsi.
Sto immaginando? ma tutto ciò è confermato da una nube -
una nube ora di passaggio – scomparsa. Non c’è aria
né chi dica a quei dipinti
come narrare le nostre leggende,
come scrivere la storia di queste nubi.

Adonis




un giorno d'inverno

25 febbraio 2008

Due cavalli

Uno nero e l’altro rosso

( 1 )

Eravamo seduti nudi nel deserto
quando si avvicinarono a noi
due cavalli, uno nero e l’altro rosso.
Ti eri alzata piangente
Dandomi l’ultimo bacio.
Rimasi sorpreso
e poi montasti il cavallo nero
dicendomi addio, con voce tremolante.
Rimasi perplesso
però pensai che dovevo
montare il cavallo rosso,
in caso mi dovesse assalire
la nostalgia di te
o farmi soffrire d’amore.
E così mi ero avvicinato al tuo corpo
per baciare le tue labbra e i tuoi seni,
mentre sparivi, come una lancia
dentro il deserto.

Adeeb Kamal Ad-een



horses 2 - foto di Red Leaf Studios

24 febbraio 2008

EL ADIÓS

Entró y se inclinó hasta besarla porque de ella recibía la fuerza.

(La mujer lo miraba sin respuesta)

Había un espejo humedecido que imitaba la vida vagamente. Se apretó la corbata, el corazón, sorbió un café desvanecido y turbio,explicó sus proyectos para hoy,sus sueños para ayer y sus deseos para nunca jamás

(Ella lo contemplaba silenciosa)

Habló de nuevo. Recordó la lucha de tantos días y el amor pasado. La vida es algo inesperado, dijo. (Más frágiles que nunca las palabras.)

Al fin calló con el silencio de ella,se acercó hasta sus labios y lloró simplemente sobre aquellos labios ya para siempre si respuesta.


José Ángel Valente




Venezia in maschera #28 - foto di angelo greco

23 febbraio 2008

È vana la parola e non ci assiste

È vana la parola e non ci assiste
Quando, a colmare il cuor nostro, vorremmo
La liquida vertigine dei tasti,
Le matasse degli archi,
Le cacce degli ottoni.
Oh misera parola, grave
Di definite significazioni,
Negata a libertà, d’inferno schiava.

La parola significa. E ben questa
È la sua morte –
Scindere dalle corde del destino
La nostra vera dignità celeste
E ritrovare il tuono che declina
La nostra umanità terrestre,
Scaricare la soma che ci ingombra
E il terrore dell’ombra,
Nulla significare, nulla dire:
Tale forse il supremo atto d’amore.

Tommaso Landolfi




Demi Moore in una scena del film "Flawless"

22 febbraio 2008

L’amore dei vecchi

It was the lark and not the nightingale...

In una gloria di sole occidente
Vaneggi, mente stanca:
Inseguito prodigio non si adempie
Nell’aldiquà del fiore che s’imbianca

Ma tu, distanza, torna a ricolmarti
Tu a farti terra in questa ferma fuga
Mare di nuda promessa
Ai nostri balbettati passi tardi

E tu, voce, rimani
Persuàdici – un poco, un poco ancora
Nostro non più domani,
Usignolo dell’aurora

Giovanni Giudici



Purple Chihuly Chandelier - foto di creativity+

21 febbraio 2008

"Non ci daremo tregua finché non avremo esplorato tutto,
e la fine della nostra ricerca ci riporterà nel luogo della nostra orogine,
e lo vedremo per la prima volta"

T.S. Eliot



cheeta

foto di Gabriela Staebler www.gabrielastaebler.de

19 febbraio 2008

L’anima in attesa

Sono sola tra gli alberi al lago,
vivo in amicizia con i vecchi abeti a riva
e in segreta intesa con tutti i giovani sorbi.
Sola, sto distesa ad aspettare,
non ho visto passare nessuno.
Grandi fiori mi guardano dall’alto di
lunghi steli,
pungenti rampicanti mi strisciano sul grembo,
ho un solo nome per tutto, ed è amore.

Edith Södergran



foto di Gregory Colbert

18 febbraio 2008

Nusch

Sentimenti visibili
vicinanza leggera
chioma di carezze.

Senza ombre nè dubbi
dai gli occhi a quel che vedono
visti da quel che guardano.

Fiducia di cristallo
tra due specchi
ti si perdono gli occhi nella notte
per unire desiderio e risveglio.

Paul Eluard




Turning Point - foto di espion

17 febbraio 2008

"L'amore è un maestro,
ma bisogna saperlo conquistare,
perché è difficile meritarlo;
lo si ottiene a caro prezzo e con grande fatica
e dopo lungo tempo,
perché bisogna amare non per l'opportunità del momento,
ma per tutta la vita".

Fedor Dostoevskij



Il gregge in esilio - foto di Maria Cecilia Camozzi

16 febbraio 2008

Fame

Se ho voglia, e' soltanto
di terra e di pietre.
Il mio pranzo e' sempre aria,
roccia, carbone, ferro.

Girate, mie fami. Brucate
il prato dei suoni.
Succhiate il gaio veleno
delle campanule.

Mangiate i ciottoli infranti,
le vecchie pietre di chiesa;
i sassi dei vecchi diluvi,
pani sparsi nelle valli grigie.


Trad. D.Grange Fiori

ARTHUR RIMBAUD




foto di fish-bone

15 febbraio 2008

La seggiola estiva

si culla da sé

nella bufera di neve


Jack Kerouac




Cearà, Brazil - foto di miguel valle de figueiredo

14 febbraio 2008

Si amavano.
Pativano la luce, labbra azzurre nell’alba,
labbra ch’escono dalla notte dura,
labbra squarciate, sangue, sangue dove?
Si amavano in un letto battello, mezzo tra notte e luce.

Si amavano come i fiori le spine profonde,
o il giallo che sboccia in amorosa gemma,
quando girano i volti melanconicamente,
giralune che brillano nel ricevere il bacio.

Si amavano di notte, quando i cani profondi
palpitano sotterra e le valli si stirano
come arcaici dorsi a sentirsi sfiorare:
carezza, seta, mano, luna che giunge e che tocca.

Si amavano d’amore là nel fare del giorno
e tra le dure pietre oscure della notte,
dure come son corpi gelati dalle ore,
dure come son baci di dente contro dente.

Si amavano di giorno, spiaggia che va crescendo,
onde che su dai piedi carezzano le cosce,
corpi che si sollevano dalla terra e fluttuando...
Si amavano di giorno, sul mare, sotto il cielo.

Mezzogiorno perfetto, si amavano sí intimi,
mare altissimo e giovane, estesa intimità,
vivente solitudine, orizzonti remoti
avvinti come corpi che solitarî cantano.

Che amano. Si amavano come la luna chiara,
come il mare che colmo aderisce a quel volto,
dolce eclisse di acqua, guancia dove fa notte
e dove rossi pesci vanno e vengono taciti.

Giorno, notte, occidenti, fare del giorno, spazî,
onde recenti, antiche, fuggitive, perpetue,
mare o terra, battello, letto, piuma, cristallo,
labbro, metallo, musica, silenzio, vegetale,
mondo, quiete, la loro forma. Perché si amavano.

Vicente Aleixandre


Sliver - Sharon Stone and William Baldwin
Sharon Stone & William Baldwin, dalla locandina del film "Sliver"

13 febbraio 2008

12 febbraio 2008

UNA SERA

Un'aquila discese da quel cielo bianco d'arcangeli
E voi sostenetemi
Lascerete tremare a lungo tutte quelle lampade
Pregate pregate per me
La città è metallica ed è la sola stella
Annegata nei tuoi occhi blu
Quando i tranvai rotolavano scaturivano pallidi fuochi
Sopra uccelli rognosi
E tutto ciò che tremava nei tuoi occhi dei miei sogni
Che un sol uomo beveva
Sotto le luci a gas rosso come l'ovulo malefico
O vestita il tuo braccio si coglieva
Guarda l'istrione fa la linguaccia alle attente
Un fantasma s'è suicidato
L'apostolo pende dal fico e lentamente saliva
Giochiamo dunque quest'amore ai dadi
Campane dal suono chiaro annunciano la tua nascita
Guarda
I sentieri sono fioriti e le palme avanzano
Verso di te.

Guillaume Apollinaire



"Sonata de Invierno" - foto di KohanArt

11 febbraio 2008

La coperta del letto

Il mio amico Bruno se n’andava
da bambino in bicicletta cantando
in una lingua che non c’è.
Gli piaceva che la gente che passava
lo credesse sempre uno straniero.
Io, con la gran coperta del letto dei miei
sulle spalle, da bambino mi credevo re,
in cucina ricevevo personaggi,
decidevo le guerre e le paci,
facevo politica mondiale.
Questa storia è andata a finir bene
perché non è finita: non abbiamo
più smesso di giocare.


Roberto Pazzi

Da Il re, le parole (Manduria, Lacaita, 1980)



Prima, al traguardo - foto di Maria Cecilia Camozzi

10 febbraio 2008

Come risplende luminosa

Come risplende luminosa! Quieta
io giaccio al riparo della sua luce;
mentre cielo e terra sussurrano:
"Ridestati, domani, sogna questa notte".
Si, vieni, Fantasia, mio amore fatato!
Sfiori il tuo bacio la mia fronte ardente;
chinati sul mio letto solitario
portatrice di pace, portatrice di gioia.

Il mondo si allontana; addio, mondo oscuro!
Cupo mondo, nasconditi sino al mattino;
il cuore, che tu non puoi tutto soggiogare,
dovrà resistere, se indugi ancora!

Non dividerò, no non dividerò il tuo amore;
per il tuo odio avrò solo un sorriso;
le tue pene feriscono - dilaniano i tuoi torti,
ma le tue menzogne, no, non possono ingannare!
Contemplo la luce delle stelle
alte su di me, in quel placido mare,
vorrei sperare che ogni pena
nota al creato, in te si racchiuda!

Tale sarà il mio sogno in questa notte;
sognerò che il cielo delle sfere gloriose
ruoti lungo il suo corso di luce
in una gioia infinita, nel corso di anni eterni;
sognerò che non vi sia un mondo, lassù,
lontano quanto l'occhio può spaziare,
in cui la saggezza rida dell'amore, o la virtù si prosterni all'infamia;

In cui, torturata dai colpi del fato,
la vittima dilaniata sia costretta al sorriso;
a opporre la pazienza al suo odio,
covando in cuore l'aspra ribellione.
In cui il piacere conduca sempre al male,
e invano ammonisca l'iinerme ragione;
e la verità sia debole e forte l'inganno;
e la guioia la via più certa al dolore;
e la pace, letargia della pena;
la speranza, fdenomeno dell'anima;
e la vita, fatica vuota e breve;
e morte, la tiranna di tutto!

Emily Brontë




foto da Kastadiva

9 febbraio 2008

L'inizio

Il silenzio risalirà le voci
come un oceano di buio
acqua che scava le mani
questa luce che si lacera
tra la pietra e il cielo
la notte mi riporta
sulle tracce di nessun luogo
dove braccia si gettano
nella miriade dell'inizio.

Corrado Benigni




orche curiose...

8 febbraio 2008

Opzioni per un poeta


Con parole diverse
dire la stessa cosa,
sempre la stessa.
Sempre con le stesse parole
dire una cosa del tutto diversa
o la stessa in modo diverso.
Molte cose non dirle,
o dire molto
con parole che non dicono niente.
Oppure tacere in modo eloquente.

Hans Magnus Enzensberger



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Teguidda-n-Tessmoumt, Niger - foto di George Steinmetz

7 febbraio 2008

Un racconto in sei parole

Si può scrivere un racconto usando soltanto 6 parole (compresi articoli e congiunzioni)?

Leggenda vuole che fu una scommessa a portare Ernest Hemingway a dimostrare che sì, è possibile. La frase da lui coniata - Vendesi: scarpine per neonato, mai indossate (For sale: baby shoes, never worn l'originale) nella letteratura anglosassone è rimasta storica, un capolavoro di pathos e brevità. Se difficilmente verrà uguagliata l'intensità del racconto miniatura dell'autore de Il vecchio e il mare, i tentativi non mancano. Sono già, ad occhio e croce, più di 15.000. Questo grazie all'iniziativa di un sito web che ai suoi utenti, prendendo spunto proprio dalla composizione di Hemingway, ha posto una sfida: raccontare la propria vita in mezza dozzina di parole. "Mai e poi mai avremmo creduto di vedere risultati simili", ha raccontato Larry Smith, giornalista, scrittore e fondatore di Smithmag.net, che al folto pubblico di Internet si presenta come "la dimora della narrativa, in tutte le sue forme". "La voce si è sparsa subito, in pochi giorni sono arrivate migliaia di piccole memorie". Questo accadeva nella seconda metà dello scorso anno.

Oggi - chi vuole può ancora cimentarsi, il sito è libero e attivo - sta per uscire la prima raccolta: Il titolo, Not quite what I was expecting, non proprio ciò che mi aspettavo, è il testo completo di una delle memorie ricevute. "Siamo rimasti colpiti dal talento degli scrittori sconosciuti e noti che hanno raccolto la sfida", sottolinea Rachel Fershleiser, coeditrice del libro. E' l'abilità a entrare nel merito senza preamboli a sorprendere, l'immediatezza del tono di ogni memoria: "Trovato amore vero, sposato un altro", scrive Bjorn Stromberg. "Volevo scrivere, avevo paura di fallire", rivela Emily Hambridge. "Faccio ancora il caffé per due", sottolinea Zak Nelson.

Frasi commoventi, struggenti, a volte comiche: come "Amo seni grossi, non so mentire". Tra i nomi affermati che hanno inviato le sei parole autobiografiche ci sono Joyce Carol Oates (Vendetta è vivere bene, senza di te), Nora Ephron (Segreto della vita: sposa un italiano), Dave Eggers (Quindici anni da ultima visita barbiere), e tanti altri, ma per il libro, che negli Usa è uscito ieri, Smith e Fershleiser hanno scelto di abbinare voci conosciute ad altre assolutamente ignote. "Perché tutti -precisano - abbiamo una storia da raccontare".

Paola De Carolis

www.corriere.it


6 febbraio 2008

I tuoi occhi m’interrogano tristi.
Vorrebbero sapere i miei pensieri
come la luna che scandaglia il mare.

Dal principio alla fine ho denudato
la mia vita davanti ai tuoi occhi,
senza nulla celarti o trattenere.

Ed è per questo che non mi conosci.
Se fosse soltanto una gemma,
la romperei in cento pezzi
e con essi farei una catena
da mettere attorno al tuo collo.

Se fosse soltanto un fiore,
rotondo e piccolo e dolce,
lo coglierei dallo stelo
per metterlo nei tuoi capelli.

Ma è il mio cuore, mia diletta.
Dove sono le sue spiagge e il suo fondo?
Di questo regno tu ignori i confini
e tuttavia sei la sua regina.

Se fosse solo un momento di gioia
fiorirebbe in un facile sorriso,
lo potresti capire in un momento.

Se fosse soltanto un dolore
si scioglierebbe in limpide lacrime,
rivelando il suo più intimo segreto
senza dire una sola parola.

Ma è il mio cuore, amore mio.

Le sue gioie e i suoi dolori
sono sconfinati, e infiniti i suoi
desideri e le sue ricchezze.

Ti è vicino come la tua stessa vita,
ma non puoi conoscerlo interamente.

Rabindranath Tagore




foto di LaraJade

I tuoi occhi m’interrogano tristi.
Vorrebbero sapere i miei pensieri
come la luna che scandaglia il mare.

Dal principio alla fine ho denudato
la mia vita davanti ai tuoi occhi,
senza nulla celarti o trattenere.

Ed è per questo che non mi conosci.
Se fosse soltanto una gemma,
la romperei in cento pezzi
e con essi farei una catena
da mettere attorno al tuo collo.

Se fosse soltanto un fiore,
rotondo e piccolo e dolce,
lo coglierei dallo stelo
per metterlo nei tuoi capelli.

Ma è il mio cuore, mia diletta.
Dove sono le sue spiagge e il suo fondo?
Di questo regno tu ignori i confini
e tuttavia sei la sua regina.

Se fosse solo un momento di gioia
fiorirebbe in un facile sorriso,
lo potresti capire in un momento.

Se fosse soltanto un dolore
si scioglierebbe in limpide lacrime,
rivelando il suo più intimo segreto
senza dire una sola parola.

Ma è il mio cuore, amore mio.

Le sue gioie e i suoi dolori
sono sconfinati, e infiniti i suoi
desideri e le sue ricchezze.

Ti è vicino come la tua stessa vita,
ma non puoi conoscerlo interamente.

Rabindranath Tagore



Carla Bruni

5 febbraio 2008

E' già mattino
e non c'è ancora luce.
Mia madre s'è già alzata.
Le cose che la notte
ha anchilosato
svegliano piano
il sonno della casa.
Sono sbadigli piccoli
ancora sul cuscino,
il brivido dell'acqua,
la maniglia,
il gorgoglio del bricco,
la spazzola che imbianca
i tuoi capelli.
Inspiro - espiro.
(I piccoli rumori
descrivono il silenzio.
La soglia del contrario
dall'opposto.
Notte e giorno).
Il fiammifero striscia ciabatte
e sbatte l'anta
del latte condensato.
Espiro - inspiro.
Qual è il cuore che batte
dentro i miei occhi chiusi?

Pietro Bruno




Waiting for a miracle - foto di DriveByPhotographer

4 febbraio 2008

Iceberg

(a Lucia, quanta fatica
per raccontarsi)


O forse il lenzuolo dell'anima
si annoda in fondo alla gola
dove si fermano i gesti di affetto
inespressi lì dove il flauto
imperfetto del corpo si stringe
al suo fiato per farne voce

e ogni parola che passa è la goccia
dal vaso già traboccato
è il grano di sabbia che riempie
del tempo trascorso in attesa
la parte vuota della clessidra

Francesco Tomada



dog snout - foto di Ezra Caldwell fast boy

Iceberg

(a Lucia, quanta fatica
per raccontarsi)


O forse il lenzuolo dell'anima
si annoda in fondo alla gola
dove si fermano i gesti di affetto
inespressi lì dove il flauto
imperfetto del corpo si stringe
al suo fiato per farne voce

e ogni parola che passa è la goccia
dal vaso già traboccato
è il grano di sabbia che riempie
del tempo trascorso in attesa
la parte vuota della clessidra

Francesco Tomada



dog snout - foto di Ezra Caldwell fast boy

3 febbraio 2008

2 febbraio 2008

Apollo e Dafne

Il mito in Ovidio

di Francesca Santucci

Apollo, dopo aver ucciso Pitone, il mostruoso serpente, figlio di Gea, che con le sue spire cingeva sei volte la città di Delfi, dove contendeva il possesso dell’oracolo al dio, incontrò Amore intento nella costruzione del suo arco. Insuperbito per l'impresa compiuta, si beffò del dio alato, suggerendogli di abbandonare il tiro con l'arco, disciplina più adatta a se stesso, infallibile cacciatore.
Che cosa vuoi fare, fanciullo smorfioso, con armi così grosse?... Accontentati di fomentare con la tua fiaccola qualche amoruccio, e non competere con le mie prodezze!1

Allora Amore, in risposta, estrasse dalla faretra due frecce di opposto potere; contro Dafne, figlia del dio fluviale Peneo, lanciò una delle sue frecce di piombo, che provocavano il rifiuto d'amore in chi ne veniva trafitto; contro, Apollo, invece, scagliò una freccia dorata, dalla punta aguzza e splendente, che suscitava il sentimento amoroso in chi ne era colpito.
Il tuo arco trafiggerà tutto, o Febo, ma il mio trafigge te…2

Innamoratosi, così, della ninfa, Apollo cominciò a seguirla incessantemente.
Ma ormai il giovane dio non ha più la pazienza di perdersi in lusinghe e come lo spinge a fare appunto l'amore, si mette a incalzarla da presso. Come quando un cane di Gallia scorge una lepre in un campo aperto, e scattano, uno per ghermire, l'altra per salvarsi, quello sembra già addosso, e già è quasi convinto di aver preso e tallona col muso proteso, quella non sa se è già presa e sfugge ai morsi all'ultimo istante, distanziando la bocca che la sfiora: cosi il dio e la fanciulla, lui veloce per bramosia, lei per paura. L'inseguitore però, aiutato dalle ali dell'amore, corre di più e non da tregua ed è alle spalle della fuggitiva, ansimandole sui capelli sparsi sul collo. 3

Dafne invocò l’aiuto del padre, che accolse la sua preghiera e, quando il dio stava quasi per raggiungerla, la trasformò in alloro.

Stremata essa alla fine impallidita dalla fatica di quella corsa disperata, rivolta alle acque del fiume Peneo: «Aiutami, padre,— dice. - Se voi fiumi avete qualche potere, dissolvi, trasformandola, questa figura per la quale sono troppo piaciuta! ». Ha appena finito questa preghiera, che un pesante torpore le pervade le membra, il tenero petto si fascia di una fibra sottile, i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami; il piede, poco prima cosi veloce, resta inchiodato da pigre radici, il volto svanisce in una cima. Conserva solo la lucentezza. 4

Apollo, disperato, decise che, non potendo mai avere Dafne come sposa, avrebbe avuto l’alloro come pianta a lui sacra.

Anche cosi Febo la ama, e poggiata la mano sul tronco sente il petto trepidare ancora sotto la corteccia fresca, e stringe fra le sue braccia i rami, come fossero membra, e bacia il legno, ma il legno si sottrae ai suoi baci. E allora dice: «Poiché non puoi essere moglie mia, sarai almeno il mio albero. O alloro, sempre io ti porterò sulla mia chioma, sulla mia cetra, sulla mia faretra. Tu sarai con i condottieri latini quando liete voci intoneranno il canto del trionfo e il Campidoglio vedrà lunghi cortei. Tu starai pure, fedelissimo custode, ai lati della porta della dimora di Augusto, a guardia della corona di foglie di quercia. E come il mio capo è sempre giovanile, con la chioma intonsa, anche tu porta sempre, senza mai perderlo, l’ornamento delle fronde!” Qui Febo tacque. L’alloro annuì con i rami appena formati, e agitò la cima, quasi assentisse col capo. 5

La scultura del Bernini

Molto amarono gli artisti di ogni epoca rappresentare il mito di Apollo e Dafne, perché veniva interpretato come vittoria della castità sull’amore sensuale, non raramente ambientando l’episodio nel proprio tempo, ritraendo frequentemente la ninfa in fuga con le braccia alzate, mentre si stanno trasformando nei rami della pianta, o mentre invoca il padre Peneo, oppure Apollo, talvolta con la corona d'alloro sul capo, che la insegue o l'afferra.
Anche il Bernini si misurò con l’interpretazione dell’antica favola, traducendo in marmo la triste storia narrata da Ovidio, massima auctoritas
Decantata al tempo dell’autore nell'arte un miracolo dell'arte, ammirata senza retorica dallo stesso Bernini che, quarant'anni dopo, rivedendo la sua opera, così ebbe ad esclamare Oh, quanto poco profitto ho fatto io nell'arte della scultura in un sì lungo corso di anni, mentre io conosco che da fanciullo maneggiavo in marmo in questo modo, questa composizione traduce davvero in ricchezza di fantasia la favola pagana, in un traforo di pieni e vuoti, luci ed ombre, linee e pieghe.
L’opera fu commissionata al Bernini nel 1622 da Scipione Borghese che, dopo aver donato “il Ratto di Proserpina” al Ludovisi, voleva sostituirla nella sua villa con un’altra statua: proprio nell’agosto di quell’anno, probabilmente già con l’idea di rimpiazzare l’altra, aveva acquistato il blocco di marmo, dal quale fu, poi, ricavata “Apollo e Dafne”.
Senza farsi troppi scrupoli per il suo stato ecclesiastico, chiese espressamente al Bernini di raffigurare un altro tentativo di stupro; il Maestro accettò, ed iniziò subito la lavorazione, interrompendola nell'estate del 1623 per terminare il “David”, ma riprese il lavoro nell'aprile del 1624 e, giovandosi dell'aiuto di uno dei suoi migliori allievi, Giuliano Finelli, lo portò a termine nell'autunno del 1625.
La scultura fu, poi, sistemata su un piedistallo, su cui furono incisi due versi latini composti da Matteo Barberini, chiunque insegue il piacere di una forma fugace, resta con un pugno di foglie in mano, o al massimo coglie de le bacche amare, monito moraleggiante per poter giustificare la presenza di un’opera tanto sensuale nella dimora di un cardinale, e collocata nella stanza che la ospita ancora oggi, al pianterreno di Villa Borghese, privilegiando, come dimostrano anche alcune incisioni antiche, il punto di vista pensato da Bernini, cioè il lato destro.

Lettura dell’opera

Della favola narrata da Ovidio, di come Apollo, folle d'amore per Dafne a causa della freccia lanciatagli da Cupido, insegua la ninfa, e di come, all'ultimo momento, il suo desiderio di verginità sia difeso dalla rapida metamorfosi in albero, il Bernini scelse di rappresentare il momento finale, quello in cui dio riesce a raggiungerla e a cingerne il fianco, ma proprio allora, in crudele difesa del suo voto, avviene la trasformazione.
In rivalità con Ovidio, nell’esprimere le sfumature degli stati d'animo padrona, però l'arte figurativa dello spazio, non del tempo, che appartiene alla poesia, riuscì a fondere mirabilmente il momento della corsa con quello della metamorfosi.
Le figure, disposte obliquamente in una composizione prima ignota al tutto tondo e che sfugge dai limiti ideali del blocco, sono, palpitanti, in intensissimo slancio, in corsa, quasi volanti, concepite e vissute dal Maestro nell’immediatezza dell’appassionata situazione.
Dafne, toccata dalla trepida mano di Apollo, intanto che avviene la metamorfosi (i piedi che si mutano in radici, il corpo che sta per convertirsi in corteccia) lancia un urlo che non è già più umano, forse perché s’avvede che la sua corsa è alla fine, esaudito il suo ardente desiderio di castità, o forse perché già si accorge dei rami che le spuntano dalle dita, del tronco che le avvolge il bellissimo corpo.
C’è tutto in quella rappresentazione marmorea: l'ansia della fuga, il languore della carezza di Apollo che sta per afferrarla, l'orrore per la metamorfosi, un lampo di vita nel tentativo di liberarsi dalla trasformazione in vegetale, intanto che già vanno trasformandosi in fronde d'alloro le braccia e i morbidi capelli.
Quarant'anni dopo la composizione di “Apollo e Dafne”, il Bernini, per cercare di spiegare al re Sole che non era facile arrivare a dare ai capelli la loro naturale leggerezza, e che per farlo bisognava lottare contro la materia, fece riferimento proprio alla chioma della sua ninfa, dicendo che, se Sua Maestà avesse visto la sua Dafne, avrebbe riconosciuto che il lavoro che vi ha fatto in quel genere non gli era riuscito male.

Note
1) Ovidio, Metamorfosi, Libro I,Apollo e Dafne.
2) Op.cit.
3) Op.cit.
4) Op.cit.
5) Op.cit.
nella narrazione del mito, grazie all’ininterrotta fama goduta nei secoli dalle sue “Metamorfosi”, repertorio mitologico obbligato punto di riferimento sia per la poesia che per le arti figurative, in maniera talmente superba da consegnare ai posteri una delle opere più emozionanti dell'arte occidentale, celebrato come uno dei capolavori della scultura di ogni tempo.

Fonti
L. Impelluso, Eroi e dei dell’antichità, parte I, Electa, 2004, Roma
Ovidio, Metamorfosi,Einaudi, 1979, Torino
T. Montanari, Grandi scultori- G. Bernini, Gruppo Editoriale l’Espresso, 2004, Roma
G. C. Argan, Storia dell’arte italiana, Sansoni, vol. III, 1968, Firenze

1 febbraio 2008

Continuità

Nulla è mai veramente perduto, o può essere perduto,
nessuna nascita, forma, identità - nessun oggetto del mondo,
né vita, né forza, né alcuna cosa visibile;
l'apparenza non deve ingannare, né l'ambito mutato confonderti il cervello.
Vasti sono il tempo e lo spazio - vasti i campi della Natura.
Il corpo lento, invecchiato, freddo - le ceneri rimaste dai fuochi di un tempo,
la luce degli occhi divenuta tenue, tornerà puntualmente a risplendere;
il sole ora basso a occidente sorge costante per mattini e meriggi;
alle zolle gelate sempre ritorna la legge invisibile della primavera,
con l'erba e i fiori e i frutti estivi e il grano.

Walt Whitman





Lo que somos y que seremos - foto di maria cecilia camozzi

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