e sarei felice ugualmente.
Prenderei il sole tutto il giorno,
mangerei mele
dormirei sulle foglie
al freddo o al caldo.
Aspetto gli uccelli.
Il mondo visto da lontano
è solo un pallone che gira.
Federico Tavan

very individual - foto di greenjade
"Pregunta una cosa y serás ignorante durante unos minutos, no la preguntes y lo serás siempre"
La pratica dell’amore e della compassione deve cominciare proprio da vicino. La prima persona di cui prendersi cura siamo noi stessi, ma questo non vuole assolutamente dire che se ci si prende cura di se stessi si devono ignorare gli altri!
Qual è il modo di prendersi cura di se stessi?
Mangiar bene, dormire, vestirsi, andare a lavorare, passare il tempo libero in chiacchiere... è questo il modo di prendersi cura di noi stessi? È qualcosa di utile per la nostra vita?
Tutte queste attività hanno senz’altro un qualche beneficio, ma non ci aiutano in profondità, non sono le cose che ci danno ciò che cerchiamo: pace e felicità.
Se volete avere pace e non volete la sofferenza, dovete capire bene da dove proviene la sofferenza e da dove proviene la pace.
La sofferenza non nasce senza causa.
Pensiamo che in qualche modo siano gli altri, con il loro modo di trattarci, con le loro azioni e le loro parole, a danneggiarci o disturbarci, per esempio sul lavoro. Insomma, pensiamo che le cause provengano dall’esterno. In qualche modo questo è in parte vero, ma per eliminare questo tipo di situazione dobbiamo osservare, e cambiare, proprio noi stessi.
Siamo noi che, per primi, dobbiamo interrompere il nostro comportamento nocivo nei confronti degli altri, il nostro danneggiarli, i nostri modi sbagliati di interagire nelle varie circostanze.
E come è possibile interrompere questo comportamento?
Possiamo provare a bloccarci per un po’, ma non resisteremo a lungo.
Per fare cessare veramente questo comportamento, e per sempre, dobbiamo intraprendere un profondo lavoro interiore, su noi stessi.
Per esempio, per non irritare gli altri dobbiamo smettere di arrabbiarci, per smettere di irritare gli altri sul lavoro dobbiamo eliminare la nostra invidia, e così via.
Riflettendo, ragionando, studiando le scritture, ci renderemo conto che le cause della sofferenza e della felicità sono proprio dentro di noi.
È anche per questo motivo che il parlare troppo non è positivo. Dai discorsi nasce il desiderio, la gelosia, l’invidia, la rabbia, l’orgoglio.
Quando parliamo con gli amici, di solito non circolano parole buone ma pettegolezzi e critiche su questo e quello. Ricordiamo quanto di sbagliato gli altri stanno facendo nei nostri e altrui confronti, e mentre parliamo crescono la rabbia, il risentimento, l’attaccamento, l’invidia.
Se parliamo senza una vigilanza su noi stessi, senza controllo, la nostra rabbia, la nostra invidia non si attenueranno, anzi, avverrà il contrario.
Esistono molte pratiche lungo il sentiero e molti livelli di pratica, ma una, importantissima, è quella di rimanere in silenzio. Per noi è una pratica davvero difficile. Cerchiamo di metterla in atto per un giorno, per due, poi...
Abitualmente parliamo troppo, e quando decidiamo di stare in silenzio sembra che ci manchi qualcosa, quindi viviamo un senso di sofferenza. Inoltre, se ci manca l’opportunità di parlare con i nostri amici, ci sentiamo un po’ infelici.
Perché succede questo? Perché siamo troppo abituati a parlare.
Io stesso mi accorgo che se vado a trovare gli amici un po’ di giorni di seguito, il giorno in cui non vado e viene quell’ora in cui di solito ero con loro, mi viene una strana sensazione di malessere. Inoltre, succede anche che l’amico, se non lo frequentiamo come d’abitudine, comincia a chiedersi cosa è successo o magari si offende.
Allora ogni tanto va bene stare insieme agli altri, ma non bisogna farne un’abitudine.
Anche qui ci sono persone che vanno tutti i giorni al bar. Proprio perché siamo persone ordinarie, non ci fa bene prendere queste abitudini, eppure facciamo fatica a capire come questo possa danneggiarci.
Cominciate a interrogarvi, a riflettere, specie se volete praticare e dite a voi stessi di non avere tempo per farlo.
Non sto dicendo di non andare mai più al bar! Sto soltanto facendo l’esempio di un’abitudine che vi fa sprecare il tempo.
Se andate al bar sette giorni su sette, provate a stare un giorno senza andarci. Quell’ora o mezz’ora che passereste lì, quel giorno usatela per praticare il sentiero spirituale.
Il tempo, se lo cerchiamo, lo troviamo.
Dobbiamo fare di noi un bambino, e con una parte di noi essere l’insegnante, il maestro di questo bambino. Il bambino ha bisogno di controllo da parte dei genitori, altrimenti, lasciato a se stesso, farà molti danni. Vi sono molte situazioni in cui dobbiamo essere capaci di vigilanza, di controllo. Il bambino può rompere un bicchiere, ma noi, come adulti, compiamo errori molto più seri: distruggiamo il nostro tempo, la nostra pratica.
A molti non piacerà ciò che dico, ma se parlare è un ottimo modo di far passare il tempo, dobbiamo cercare di parlare meno.
Come ho detto per il bar, possiamo decidere di fare un giorno di silenzio: stare in casa, staccare il telefono... Può darsi che allora la nostra rabbia, la gelosia, il risentimento, l’attaccamento, si mostrino in modo forte, ma senz’altro avremo molta più pace che a buttare fuori queste emozioni con gli altri. Un po’ alla volta stabiliremo una connessione positiva con il silenzio, e sarà sempre più facile e più utile.
Tutte le pratiche del sentiero, per funzionare, devono diventare piacevolmente familiari.
Per iniziare, mantenere e sviluppare la pratica del sentiero, impariamo a stare in silenzio.
Occorrerà del tempo, ma avere fretta chiude la mente, la agita. Non bisogna avere fretta.
Come principianti, ci possiamo scoraggiare o preoccupare se non riusciamo a fare bene le cose, ma questo tipo di mente è un ostacolo. Dobbiamo dirci ‘va bene, domani farò meglio’, e continuare a praticare. Continuare.
Ghesce Tenzin Tenphel





En una tierra que amasan potros de cinco años
el olor de tu piel hace llorar a los adolescentes.
Yo sé que tu cielo es redondo y azul como los huevos de perdiz
y que tus mañanas tiemblan,
¡gotas pesadas en la flor del mundo!
Yo sé cómo tu voz perfuma la barba de los vientos...
Por tus arroyos los días descienden como piraguas.
Tus ríos abren canales de música en la noche;
y la luna es un papagayo más entre bambúes
o un loto que rompen a picotazos las cigüeñas.
En un país más casto que la desnudez del agua
los pájaros beben en la huella de tu pie desnudo...
Te levantarás antes de que amanezca
sin despertar a los niños y al alba que duerme todavía.
(El cazador de pumas dice que el sol brota de tu mortero
y que calzas al día como a tus hermanitos).
Pisarás el maíz a la sombra de los ancianos
en cuyo pie se han dormido todas las danzas.
Sentados en cráneo de buey
tus abuelos fuman la hoja seca de sus días:
chisporrotea la sal de sus refranes
en el fuego creciente de la mañana.
(Junto al palenque los niños
han boleado un potrillo alazán...)
En una tierra impúber desnudarás tu canto
junto al arroyo de las tardes.
Tú sabes algún signo para pedir la lluvia
y has encontrado yerbas que hacen soñar.
Pero no es hora, duermen
en tu pie los caminos.
Y danzas en el humo de mi pipa
donde las noches arden como tabacos negros...
Leopoldo Marechal
Maurizio Gramegna



Il bacio
Soave melodia di fine inverno,
ho raccolto il suo bacio pervinca
e l'ho indossato.
Sul fuoco dell'anima
è parola che nutre l'alba
giorno dopo giorno,
di saperi odorosi e nubi assonnate.
Un uccello canta le sue strofe
mentre lacrime di gioia rigano il volto,
piccole navi tra labbra di fiori
su pelle di ciliegio.
Ha percorso le mie coste
con lo sguardo sapiente
e s'è fermato.
Ha dormito nel mio sogno,
vibrante di azzurro
sino a primavera
e attraverso le ombre della memoria
dei secoli
ha ritrovato la vita.
Maria Cecilia Camozzi





II

El paisaje decía:
«¿Quién iba a sospechar, después de tanto
ir y venir por cuatro mares —sueños—...
que en un valle pintado
por el niño sin nombre, yo sirviera
para el de ojos errantes, teatro amor?
Toda su geografía del paisaje
vino a quedar en un rincón inédito,
en un lugar cualquiera de la Mancha
de cuyo nombre...»
Y el paisaje
cintilaba los Bósforos, las tardes
florentinas, la palma Río Janeiro,
la grande hora de Delfos y el bazar
de las tierras de España y las etcéteras,
y enrollaba los mapas...
Porque sólo
tengo los ojos dioses del paisaje
echados a los pies del valle poco,
inédito tal vez... Y ágil escondo
el lugarcillo esbelto cuya diáfana
desnudez aligera sus contornos,
sus posturas aéreas, sus pueblos de bolsillo,
y sus luces audaces.
Y el paisaje
con su risa de siglos, mi memoria
invadía. Las puertas de las horas
cerráronse y quedó ya solo, dentro
de la errante mirada,
el valle poco —grande con su dueño—
seguro al corazón como una espada.
Carlos Pellicer

